|
Nella maggior parte delle arti del Budo è comune esercitarsi in un abito appropriato gi; nel karate quest'abito è il kimono o karategi, composto da una giacca (uwagi), da un paio di pantaloni (zubon) di cotone bianco e da una cintura (obi) il cui colore designa il grado raggiunto dal praticante.
Ad Okinawa per esercitarsi si indossava una gonna pantalone che consentiva una maggiore libertà di movimento, ben distinta dal tradizionale abito giapponese (hakama), che non fu mai indossato ad Okinawa mentre è ancora oggi usato in molte arti del budo (Kendo, Kiudo, aikido).
Fu il maestro Funakoshi ad adottare il vestito che ancora oggi viene usato nel Karate: una combinazione dello judagi e del tradizionale hakama giapponese; il colore bianco e l'assenza di ornamento simboleggiano la purezza e la semplicità. Il kimono nella psicologia del budo, aiuta a mettere a nudo la propria personalità cosicché ci si possa vedere per quello che si è: indossare il karategi è un modo per rendersi conto che sul tatami le distinzioni esterne scompaiono, e tutto ciò che tende a divesificarsi si annulla.
Nel Dojo tutti gli uomini sono uguali e ricercano la maturità psicofisica. Funakoshi attraverso il sistema dei gradi stabilì una gerarchia basata sulla capacità tecnica, espressa attraverso i colori della cintura. La cintura permette di prendere coscienza della forza che c'è in noi e di concentrarla al meglio nella zona del ventre (hara) che, come la cintura, non deve essere mai troppo teso o troppo rilassato. Intorno alla vita tra l'altro si trova un importante meridiano del Ki: la cintura deve trovarsi esattamente in questo punto.
|